25) Schopenhauer. Istinto sessuale e peccato originale.
Schopenhauer giudica l'atto sessuale come la massima affermazione
della Volont di vivere, in quanto travalica l'egoismo individuale
e rende perpetua la vita della specie. Egli poi ritiene vi sia una
sintonia fra questa sua interpretazione della sessualit e il mito
biblico del peccato originale.
A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione,
paragrafo 60.

 La conservazione del corpo mediante le sue stesse forze  un cos
minimo grado dell'affermazione della volont, che se ci si
fermasse volontariamente a questo, noi potremmo ritener cessata,
con la morte del corpo, anche la volont che in esso si
manifestava. Ma gi la soddisfazione dell'istinto sessuale va
oltre l'affermazione della nostra esistenza, la quale empie un s
breve spazio di tempo, e afferma la vita oltre la morte
individuale, per un tempo indefinito. La natura, sempre vera e
conseguente, e in questo punto addirittura ingenua, ci disvela
apertamente l'intimo significato dell'atto generativo. La nostra
coscienza, la vivacit dell'istinto, c'insegna che in codesto atto
s'esprime la pi risoluta affermazione della volont di vivere,
pura e senza ulteriore aggiunta (come per avventura sarebbe la
negazione d'altri individui); e cos nel tempo e nella serie
causale, ossia nella natura, appare quale effetto dell'atto una
nuova vita: di contro al generatore viene a porsi il generato,
diverso da quello nel fenomeno, ma in s, nell'idea, identico ad
esso. E' quindi per codesto atto che le generazioni dei viventi si
collegano l'una con l'altra in un tutto, e si perpetuano. La
generazione , per ci che tocca il generante, semplice
espressione e simbolo della sua risoluta affermazione della
volont di vivere, per ci che tocca invece il generato, essa non
 punto la cagione della volont che in lui si manifesta, non
conoscendo la volont in s n vera causa sostanziale, n effetto;
bens , come ogni causa, soltanto l'occasione pel manifestarsi di
codesta volont in un dato tempo. In quanto cosa in s, non  la
volont del generante diversa da quella del generato: ch
unicamente il fenomeno, e non la cosa in s,  soggetto al
principium individuationis. Con quell'affermazione che va oltre il
nostro corpo, fino alla produzione fenomenica di un corpo nuovo,
sono anche dolore e morte, in quanto appartenenti al fenomeno
della vita, novellamente affermati: e la possibilit della
redenzione, che pu venir da una pi perfetta capacit di
conoscere,  in tal caso proclamata infeconda. Qui sta la profonda
ragione della vergogna onde si cela il traffico generativo. Questo
concetto  rappresentato miticamente nel dogma della dottrina
cristiana, secondo il quale noi tutti siamo partecipi del peccato
di Adamo (che evidentemente non era se non la soddisfazione della
voglia sessuale), e per esso andiamo soggetti a soffrire e morire.
Con ci quella dottrina va oltre il modo di vedere fondato sul
principio di ragione, e penetra l'idea dell'uomo; l'unit della
quale viene ricostituita dal suo frazionamento negl'innumerevoli
individui, mediante il vincolo della generazione che tutti li
riunisce. Vede cos da un lato ogni individuo come identico ad
Adamo, al rappresentante dell'affermazione della vita, e in questa
qualit destinato al peccato (peccato originale), al dolore, e
alla morte: dall'altro lato, la conoscenza dell'idea le fa
apparire ogni uomo come identico al Redentore, a quegli che
rappresenta la negazione della volont di vivere, e sotto questo
rispetto partecipe del sacrificio di Lui, per merito di Lui
redento, e salvato dai vincoli del peccato e della morte, ossia
del mondo (Epist. ai Romani, 5, 12-21).
A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione,
Laterza, Bari, 1968, volume secondo, pagine 432-433.
